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Condannato l’imprenditore che cede le quote societarie alla figlia a prezzo irrisorio

Sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte? Si ha anche quando l’imprenditore cede delle quote ai familiari per un prezzo irrisorio, non avendo soldi in banca per far fronte alle pretese dell’Erario. Lo stabilisce la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza del 17 febbraio 2017, n. 7682.

 

L’uomo era stato indagato per aver ceduto le quote aziendali alla figlia, per la cifra evidentemente irrisoria di appena 10mila euro: aveva fatto ricorso – inutilmente – alla Suprema Corte. La difesa del contribuente verteva sull’assenza di carattere fraudolento dell’operazione posta in essere, senza contare che l’irrisorietà del prezzo della cessione non prendeva in considerazione la pregressa situazione debitoria della S.r.l.

 

Tuttavia, i giudici della III Sezione Penale hanno confermato la sua colpevolezza. Innanzitutto, per l’esiguo prezzo di cessione delle quote della sua S.r.l., in secondo luogo per l’assenza di denaro in banca.

 

Già il giudice di appello aveva individuato elementi che confermavano la condanna dell’uomo: la conclusione era che la cessione di 50% di quote ad un prezzo irrisorio fosse dettata dall’unica necessità di sottrarre le stesse alla procedura di riscossione coattiva che sarebbe scattata con tutta probabilità nel giro di poco. Tutto ciò, unito inoltre all’assenza di «qualsivoglia ratio lecita sottesa all’operazione medesima, risultata priva di giustificazione con riguardo sia al cedente che alla cessionaria» hanno fatto pendere la bilancia in sfavore del contribuente. 

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