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Conoscenza dello stato d’insolvenza, non bastano protesti e pignoramenti

Quaranta protesti e diverse procedure esecutive promosse ai danni dell’imprenditore poi fallito non bastano per presumere la conoscenza dello stato d’insolvenza da parte del creditore. Conseguentemente non è possibile dichiarare l’inefficacia dei pagamenti ricevuti da quest’ultimo nel cosiddetto periodo sospetto.

Questo quanto emerge dalla sentenza di Cassazione n. 1853, del 2 febbraio scorso, con cui la Corte rigetta il ricorso presentato dal curatore del fallimento e nega definitivamente ogni possibilità di revocare i pagamenti effettuati ex art. 67 l. fall.. Ai fini della prova della scientia decoctionis, i Supremi Giudici, confermando quando già sostenuto dai giudici di merito, escludono che possa essere riconosciuta valenza presuntiva a procedure esecutive mobiliari promosse “da creditori diversi da quello convenuto in revocatoria”, atteso che le stesse “non ricevono alcuna forma di pubblicità". Mentre per quanto concerne i protesti, pacifica la loro forza presuntiva, la Corte ha precisato che dev’essere pur sempre verificata la sussistenza “in concreto” di elementi tali da far ritenere che il creditore avrebbe dovuto averne notizia usando l’ordinaria diligenza, posto che il presupposto soggettivo dell’azione non è integrato “dall’astratta conoscibilità dello stato d’insolvenza”, ma dalla sua “conoscenza effettiva”. 

Nel caso di specie, il creditore, abituato a ricevere pagamenti puntuali sino alla dichiarazione di fallimento, “non aveva ragione per dubitare della solvibilità (del debitore)”. In assenza di elementi della menzionata “conoscenza effettiva”, la revocatoria non è ammissibile.

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