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Crisi di liquidità, scelta dolosa quella del manager che preferisce pagare i debiti e non versare l’IVA

La crisi di liquidità non conta: la condanna per evasione IVA scatta comunque, specie se l’imprenditore poteva pagare l’IVA ma ha scelto di onorare i suoi debiti. Lo conferma la Terza Sezione Penale della Cassazione, con l’ordinanza del 20 febbraio 2019 n. 7644, con la quale i giudici di legittimità hanno respinto il ricorso di un contribuente, che aveva omesso il versamento dell’IVA per l’anno 2013. L’uomo, amministratore di una società, affermava che non aveva altra scelta che quella di non versare l’IVA, se voleva proseguire la sua attività, in quanto la forte crisi e la perdita della maggiore commessa, che garantiva l’80% del fatturato, lo avevano messo in ginocchio.

 

Questi fatti non hanno trovato il favore della Corte che, anzi, ha ricordato che il sostituto di imposta che incassa l’IVA ha l’obbligo di tenerla accantonata per versarla all’Erario alla scadenza di legge, e di organizzare le proprie risorse per poter adempiere all’obbligazione entro il termine penalmente sanzionato. «Poiché, in una situazione come quella descritta, la messa in liquidazione di una società ormai priva di commesse avrebbe ragionevolmente portato alla cessazione dell’attività, non è manifestamente illogica l’osservazione dei giudici di merito secondo cui l’imputato, nell’aver scelto di destinare la liquidità incamerata nei primi mesi del 2014 e poi nella fase liquidatoria ad onorare debiti diversi da quelli nei confronti dell’Erario, pagando sempre i dipendenti e riducendo fortemente i debiti verso fornitori e banche […] senza invece ridurre il debito IVA maturato nel 2013 […] ha deliberatamente scelto di indirizzare altrimenti la liquidità disponibile. […] La consapevole decisione dell’imputato di non versare alcunché di quel debito IVA è dunque stata correttamente ritenuta dai giudici di primo e secondo grado come espressione di una condotta dolosa piuttosto che colposa».

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