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Falso in bilancio alla vigilia del default, amministratori “graziati” con la riforma del 2002

14 Settembre 2018 | Falso in bilancio

Anche con il falso in bilancio avvenuto alla vigilia del default, può decadere l’accusa di bancarotta impropria da reato societario, perché gli amministratori della società fallita possono impugnare la sentenza loro sfavorevole in virtù della riforma del 2002, in base alla quale il delitto è considerato di danno ma non di pericolo. Lo sostiene la Corte di Cassazione con la sentenza del 12 settembre 2018 n. 40489, con la quale gli Ermellini della Quinta Sezione Penale hanno accolto il ricorso proposto dagli amministratori di una società fallita.

 

L’iscrizione contestata di valori in bilancio in un lasso temporale assai ristretto alla vigilia del default non poteva essere spiegata se non con la volontà degli amministratori di falsificare le iscrizioni con la volontà di fornire “respiro” alla società, sperando in un recupero in extremis. È pur vero che il reato di bancarotta impropria sussiste anche quando la condotta illecita abbia concorso a determinare solo un aggravamento del dissesto, ma nel caso la motivazione di appello poteva essere impugnata perché, con la riforma del 2002, che ha interessato anche il secondo comma dell’art. 223 della legge fallimentare, il reato in esame è divenuto di danno e non più di pericolo, richiedendo il verificarsi dell’evento di dissesto (di cui la condotta deve ora essere riconnessa da un preciso nesso di causalità, espresso dalla dizione “ha cagionato o contribuito a cagionare il dissesto”).

 

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