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Fatture false, l’assoluzione in sede penale fa revocare la sentenza di Cassazione

Anche le sentenze di Cassazione possono essere revocate. Così, può capitare che siano gli stessi giudici di legittimità a revocare una sentenza precedentemente emessa dalla Suprema Corte. Il caso recente è quello della sentenza del 20 dicembre 2017 n. 30564, con la quale gli Ermellini di piazza Cavour hanno accolto il ricorso di una società.

 

La causa riguardava una società alla quale erano state contestate da parte dell’Agenzia delle Entrate fatture soggettivamente false, con la negazione della deducibilità delle imposte sui redditi. L’azienda chiedeva la revoca della sentenza emessa dai giudici della Cassazione, con la quale era stata subordinata la deducibilità dei costi sostenuti a fronte di fatture soggettivamente false alla condanna penale. Tuttavia, la condanna non è avvenuta.

 

Hanno spiegato i giudici del Supremo Consesso che la sentenza di cui la contribuente aveva chiesto la revoca non escludeva il diritto ad ottenere il rimborso delle maggiori imposte versate in relazione alla non ammissibilità in deduzione dei costi e dei relativi interessi, qualora fosse avvenuta una sentenza definitiva di assoluzione. «È dunque da ritenere – si legge nella sentenza di recente deposito – che la decisione di merito di conferma degli atti impositivi impugnati derivi dalla mancata percezione dell’effettiva esistenza nel caso di specie di una sentenza penale definitiva di assoluzione, che la stessa Corte di Cassazione indica quale presupposto dell’eventuale diritto al rimborso delle somme effettivamente versate sulla base di tali atti (e della pronuncia penale che li conferma)». 

 

Così, per «errore percettivo», i giudici hanno rivisto le precedenti pronunce: decidendo in recissorio, piazza Cavour ha accolto il ricorso della parte contribuente.

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