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Fondo patrimoniale aggredibile, non risponde a doveri morali

Anche se atto compiuto in adempimento di un dovere morale nei confronti della famiglia, in caso di fallimento il negozio costitutivo di fondo patrimoniale è suscettibile di revocatoria fallimentare ex art. 64 L.F. E pure se proviene da entrambi i coniugi le cose non cambiano: il loro dovere di contribuire ai bisogni della famiglia “non comporta affatto” per essi l’obbligo di costituire i propri beni in fondo patrimoniale, che ha finalità diversa, quella di vincolare tali beni al soddisfacimento (anche solo eventuale) dei menzionati bisogni, “sottraendoli alla garanzia generica di tutti i creditori”. Unica via d’uscita, dimostrare l’esistenza “in concreto” di una situazione tale da integrare nella sua “oggettività” gli estremi del dovere morale e il proposito del “solvens” di adempiere unicamente a quel dovere mediante l’atto in questione.

È fermissima la Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 23 febbraio scorso, n. 3568, nel garantire i diritti del fallimento nei confronti del fondo patrimoniale costituito da fallito e moglie. Escluso ogni eventuale contrasto tra la qualificazione dell’atto a titolo gratuito e le esigenze della famiglia così come tratteggiate a livello costituzionale, la Corte ha “rispolverato” la sua vecchia giurisprudenza (sent. n. 13039/2013) per respingere il ricorso del fallito.

La dichiarazione d’inefficacia del fondo per gli Ermellini è pienamente legittima, a maggior ragione nel caso di specie, in cui manca la prova della proporzionalità della liberalità rispetto al patrimonio del donante.

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