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Frode carosello e fatture false, gli amministratori non possono dirsi estranei

Se gli amministratori sono stati avvisati dal commercialista ma hanno comunque inserito in dichiarazione le fatture fase; e se sono stati proprio loro ad organizzare le complesse frodi atte ad aggirare le imposizioni tributarie, non possono dirsi inconsapevoli delle azioni illecite. Lo spiega la Cassazione con la sentenza del 6 novembre 2018 n. 50013.

 

Nel caso in esame, due imputati amministratori di un’azienda, i quali erano stati condannati per il reato di cui agli art. 110 c.p.p. e art. 2 del D.Lgs. 74/2000 per essersi avvalsi di fatture per operazioni inesistenti al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto. La Corte di Appello aveva pertanto confermato la confisca dei beni per un importo complessivo di 800mila euro.

 

I due ricorrenti sostenevano il carattere assertivo ed inverosimile dei passaggi motivazionali attraverso i quali il giudice di merito ha ritenuto di affermare la consapevolezza, e quindi la coscienza e volontà, da parte loro, del carattere fittizio delle operazioni loro imputate. Difficile da dimostrare l’estraneità, se lo stesso commercialista aveva sconsigliato di inserire in dichiarazione le fatture false.

 

I dati dei bilanci – hanno osservato i giudici – erano stati da tempo falsificati sia in termini di sovrastima di magazzino, sia in termini di indicazione di crediti inesigibili: situazione, questa esistente già negli anni precedenti gli ultimi bilanci. Non solo: ma i giudici avevano già evidenziato le finalità evasive delle operazioni contestate: in particolare, la simulazione di un’operazione di cessione di servizi intracomunitaria, che vedeva il coinvolgimento di una società dell’Unione Europea con sede in Germania quale cessionario del servizio reso in realtà dalla società dei ricorrenti; operazione dunque non imponibile nel paese cedente ma soggetta ad IVA nel paese di destinazione dei beni.

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