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Niente IRAP per il professionista con lo studio in casa

Anche se fattura molto, il professionista con lo studio in casa propria non paga l’IRAP. Lo sostiene la Corte di Cassazione con l’ordinanza del 15 maggio 2019 n. 12929, ha accolto il ricorso di un contribuente, evidenziando come i ricavi e le spese non siano parametri che, da soli, possano evidenziare l’esistenza dell’autonoma organizzazione.

 

Il ricorrente esercitava attività di promotore finanziario, ed aveva ricavato nella propria abitazione uno spazio per lo studio professionale; si era dotato di un’auto e di strumenti informatici necessari per il proprio lavoro e, ritenendo di non eccedere gli standard minimi per l’esercizio della professione, aveva chiesto il rimborso dell’IRAP per gli anni di imposta 2005, 2006 e 2007. Domanda alla quale le Entrate avevano opposto un silenzio-rifiuto.

 

La V Sezione Civile ha argomentato che il valore assoluto dei compensi e dei costi, ed il loro reciproco rapporto percentuale, «non costituiscono elementi utili per desumere il presupposto impositivo del’autonoma organizzazione di un professionista, atteso che, da un lato, i compensi elevati possono essere sintomo del mero valore ponderale specifico dell’attività esercitata e, dall’altro, le spese consistenti possono derivare da costi strettamente afferenti all’aspetto personale (es. studio professionale, veicolo strumentale…) rappresentando, così, un mero elemento passivo dell’attività professionale, non funzionale allo sviluppo della produttività e non correlato all’implementazione dell’aspetto organizzativo».

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