News

Niente Mobbing se manca la volontà del datore di emarginare il dipendente

Il caso di specie

Una dirigente della Regione Abruzzo chiedeva avanti il Giudice competente che venissero accertate le responsabilità del suo datore di lavoro in ordine all’adozione di comportamenti e atti, reiterati nel tempo, contrari al principio di correttezza  e buona fede, nonché, gravemente lesivi dei diritti della stessa, tali da provocare a suo carico situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività coatta, denigrazione, dequalificazione, e discriminazione professionale (cd. mobbing).

La Corte territoriale non accoglieva la domanda della donna che, pertanto, ricorreva in Cassazione. La dirigente assumeva, in particolare, che i giudici avevano errato nel non considerare come espressione di mobbing i fatti contestati.

 

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte – con la sentenza del 7 agosto 2013, n. 18836   – rilevava come tutti i comportamenti vessatori dedotti dalla donna dovevano ritenersi privi di “conforto probatorio”, oltreché, non integranti – sulla base di una considerazione globale - la fattispecie di mobbing così come enucleata dalla giurisprudenza.

Nel caso in esame, infatti, non si era verificato il cd. terrorismo psicologico, o comunque, l’elemento dequalificante dell’asserito mobbing, difettando l’esistenza degli elementi strutturali della fattispecie, sia sotto il profilo oggettivo, costituito dalla frequenza e ripetitività nel tempo dei comportamenti del datore di lavoro concretanti abusi nei confronti della lavoratrice, sia sotto il profilo soggettivo, rappresentato dalla coscienza ed intenzione del primo a causare danni alla seconda.

Ad esempio, la denegata partecipazione ai flussi per l’accrescimento professionale, la gestione clientelare dei corsi di formazione, l’omessa dotazione di supporto informatici, la mancata autorizzazione all’espletamento di incarichi extraistituzionali, la ristrettezza degli ambienti di lavoro non potevano, di per sé soli, configurare la sussistenza della condotta “mobbizzante”, non essendo provata in modo inequivoco la volontà del datore di lavoro di emarginazione della dipendente.

Affinchè si configuri la fattispecie di mobbing, infatti, sono necessarie più condotte, anche di diversa natura, tutte dirette oggettivamente all’espulsione dal contesto lavorativo.

Leggi dopo