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Qualunque documento idoneo ad esporre costi fittizi può generare una frode fiscale

Qualunque documento idoneo ad esporre costi fittizi può generare una frode fiscale. È quanto affermato dalla Terza Sezione Penale della Cassazione con la sentenza del 12 settembre 2018 n. 40448. Con essa, i giudici del Palazzaccio hanno dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore, condannato in appello ad otto mesi di reclusione perché, per evadere le imposte sui redditi, aveva indicato nella dichiarazione Unico della sua società elementi passivi fittizi per 210mila euro, avvalendosi di una fattura apparentemente emessa da una società in liquidazione.

 

La Cassazione ha ricordato che, poiché alla dichiarazione non vengono materialmente allegati i documenti, ai fini della consumazione del reato è necessario e sufficiente che: a) nella parte dedicata alla quantificazione degli elementi passivi vengano graficamente espressi in cifra i dati numerici corrispondenti, in tutto o in parte, a quelli che risultano dalle fatture passive o dagli altri documenti emessi per operazioni inesistenti; b) tali fatture o documenti siano registrati nelle scritture contabili o detenuti a fine di prova nei confronti dell’amministrazione finanziaria».

 

Stando all’art. 21 del D.P.R. n. 633/1972, per ciascuna operazione imponibile a fini IVA il soggetto che effettua la cessione del bene o la prestazione del servizio emette fattura (o parcella o nota). Tuttavia, l’articolo non prevede requisiti formali tipici della fattura. Precisamente, invece, è previsto che per «fatture o altri documenti per operazioni inesistenti si intendono fatture o gli altri documenti aventi rilievo probatorio analogo in base alle norme tributarie, emessi a fronte di operazioni non realmente effettuate in tutto o in parte o che indicano i corrispettivi o l’imposta sul valore aggiunto in misura superiore a quella reale, ovvero che riferiscono l’operazione a soggetti diversi da quelli effettivi».

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