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Rivalsa dell’IVA accertata

26 Giugno 2019 |

art. 60 c. 7 DPR 633/72

IVA

Sommario

Accertamento del fornitore | Accertamento dell’acquirente |

Accertamento del fornitore

 

Il fornitore che subisce una rettifica in aumento in esito ad un accertamento IVA, può addebitare all’acquirente l'IVA accertata, a condizione di avere effettuato il pagamento della maggiore imposta, insieme alle sanzioni e agli interessi, e di aver chiuso definitivamente l’accertamento tramite:

— accertamento con adesione (artt. 6 e s. D.Lgs. 218/1997);

— acquiescenza (art. 15 D.Lgs. 218/1997);

— conciliazione giudiziale (art. 48 D.Lgs. 546/1992);

— mediazione (art. 17 bis D.Lgs. 546/1992);

— mancata impugnazione dell’atto di accertamento;

— passaggio in giudicato della sentenza di rigetto.

In caso di pagamento rateale la rivalsa va effettuata in relazione alle singole rate (Circ. AE 17 dicembre 2013 n. 35/E).

L'acquirente ha diritto di esercitare la detrazione della maggiore imposta addebitata al più tardi con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui ha corrisposto l'IVA al fornitore accertato previo riscontro che il fornitore abbia effettivamente versato all'erario l'IVA accertata (e previa annotazione della fattura ricevuta nel registro degli acquisti).

 

La rivalsa può essere effettuata anche se:
— l’IVA è calcolata su una base imponibile determinata in via forfettaria, purché sia riconducibile a specifiche operazioni, effettuate nei confronti di determinati acquirenti;
— il fornitore al momento dell’effettuazione dell’operazione era privo di partita IVA nel presupposto, poi rivelatosi errato, che non fosse richiesta (in tal caso la partita IVA gli viene attribuita d'ufficio in sede di accertamento);
— nei confronti del cliente PA e negli altri casi in cui si applica il c.d. split payment, in deroga alle relative disposizioni (Ris. AE 14 settembre 2016 n. 75/E).
In caso di estinzione della società cliente, dopo la cancellazione dal registro delle imprese, la rivalsa non è più effettuabile (Risp. AE 26 novembre 2018 n. 84).

Il fornitore emette una fattura integrativa o una nota di variazione in aumento, contenente gli estremi identificativi dell'atto di accertamento. Essa va poi annotata nel registro delle fatture emesse, ma solo per memoria, perché l'IVA non partecipa alla liquidazione e non deve essere indicata nella dichiarazione annuale.
Se l’acquirente non paga l'IVA addebitata, il fornitore può solo adire la giustizia ordinaria (Risp. AE 31 maggio 2019 n. 176).

Accertamento dell’acquirente

 

Nel caso l'accertamento colpisca l'acquirente (per la maggior IVA detratta), a quest'ultimo non è stato concesso lo stesso diritto di rivalersi sul fornitore. Per cui, il fornitore che decida, su richiesta, di restituirgli la maggiore IVA accertata, non può comunque detrarla, ma solo chiederne il rimborso all'AE.

 

Nei casi in cui ad essere accertato è l’acquirente,ma per operazioni per cui è anche debitore d'imposta (importazioni, splafonamento, reverse charge), gli è stato riconosciuto un diritto analogo a quello del fornitore accertato, di esercitare la detrazione degli importi accertati e versati (Circ. AE 17 dicembre 2013 n. 35/E). L’acquirente esercita il diritto alla detrazione predisponendo un documento in cui indica l'ammontare dell'IVA versata e il riferimento all’atto di accertamento. Tale documento va annotato solo sul registro degli acquisti.

 

In caso di impugnazione dell’accertamento da parte del debitore/creditore, il termine biennale per l’esercizio del diritto decorre, per le somme versate in pendenza di giudizio, dal passaggio in giudicato della sentenza che rigetta definitivamente il ricorso, per i versamenti successivi, dalle date di versamento, anche se rateizzato (Risp. AE 13 giugno 2019 n. 192).

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