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Società di capitali, il direttore generale risponde come gli amministratori

Nei reati fallimentari legati alle società di capitali, tra i soggetti attivi figura anche il direttore generale, il quale riveste un ruolo apicale e deve rispettare le leggi e lo statuto societario come gli amministratori. Lo sostiene la Corte di Cassazione con la sentenza del 3 settembre 2018 n. 39449, con la quale gli Ermellini hanno ricordato che la posizione del direttore generale ha una posizione assimilata, per legge, a quella degli amministratori, specie per gli ampi poteri dei quali dispone (che, dunque, devono metterlo in condizione di non compromettere le sorti della società con le sue scelte).

 

Nella sentenza di ieri, depositata dalla V Sezione Penale, era chiamato a giudizio il direttore generale di una società che aveva distratto una rilevante quantità di somme, cagionato il dissesto societario mediante falsi in bilancio e operazioni dolose ed infine sottratto o falsificato le scritture contabili. Nonostante egli giustificasse la sua estraneità alla direzione aziendale, limitandosi ad eseguire le direttive del consiglio di amministrazione, i giudici hanno evidenziato che la sua figura, ex art. 233  della Legge Fallimentare, riveste un ruolo di importanza nelle società di capitali: non a caso, la figura del direttore generale è modellata su quella degli amministratori (art. 2396 del c.c.), nonostante sia legato alla società non già da un rapporto organico, ma da un rapporto di dipendenza.

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