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Sottrazione fraudolenta per chi vende gli immobili aziendali a ridosso della cartella del Fisco

A ridosso dell’ennesima cartella esattoriale, il legale rappresentante ed amministratore unico di una società vende gli immobili aziendali per sottrarli al pagamento delle imposte sui redditi. Per lui, scatta la condanna per sottrazione fraudolenta. È il caso esaminato dalla Terza Sezione Penale della Cassazione con la sentenza depositata il 12 settembre 2018 n. 40442. Con essa, gli Ermellini hanno respinto il ricorso dell’amministratore, condannato già in appello ad una pena di un anno di reclusione per il reato ex art. 11 D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74.

 

Nessun rilievo poteva essere attribuito, nel caso in esame, alla formazione temporale del debito, come l’uomo pretendeva: era infatti stato accertato che la dismissione del patrimonio era avvenuta quando il ricorrente era perfettamente consapevole della possibilità che fosse azionata dal Fisco la procedura coattiva. «Ne consegue che la condotta punibile è stata realizzata nella vigenza della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 11 del D.Lgs. 74/2000 – hanno commentato gli Ermellini – perché il fatto di reato si perfeziona con il compimento di una condotta commissiva consistente alternativamente nell’eseguire atti simulati di alienazione o nel realizzare altri atti fraudolenti sui propri o su altri beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva, sicché il momento consumativo del reato, una volta integrata la soglia di punibilità, coincide con la realizzazione degli atti depauperativi del proprio patrimonio dismessi con l’intento di pregiudicare le ragioni erariali».

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