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Studi di settore, gli standard costituiscono presunzioni per giustificare l’accertamento

Gli standard degli studi di settore costituiscono presunzioni legali sufficienti, da sole, a giustificare l’accertamento (Cass. 18 settembre 2019 n. 23252).

 

I giudici della Quinta Sezione Civile della Cassazione hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un contribuente, di professione grossista, il cui reddito si scostava dagli studi di settore.

 

Evidenziando come la legittimità dell’accertamento tributario fondato sugli studi di settore è stata confermata anche in sede sovranazionale, l’Agenzia ha precisato che l’onere della prova tra le parti è così diviso: all’ente impositore spetterà la dimostrazione dell’applicabilità dello standard prescelto al caso concreto oggetto dell’accertamento, mentre al contribuente farà carico la prova della sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possano essere applicati gli standard o della specifica realtà economica nel periodo di tempo cui l’accertamento si riferisce.

 

Secondo i giudici romani, il calcolo del reddito effettuato mediante lo studio di settore, a seguito dell’instaurazione del contraddittorio con il contribuente, è idoneo ad integrare presunzioni legali che sono, anche da sole, sufficienti ad assicurare valido fondamento all’accertamento tributario, ferma restando la possibilità - per l’accertato - di fornire la prova contraria, in fase predibattimentale e anche in sede contenziosa.

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