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Trattamento sanzionatorio del credito d’imposta ricerca e sviluppo: l’orientamento dell’Assonime

15 Novembre 2019 |

Circ. Assonime 14 novembre 2019 n. 23
Art. 3 DL 145/2013

Credito d'imposta per la ricerca e sviluppo

La Circ. Assonime 14 novembre 2019 n. 23 analizza i profili sanzionatori degli errori commessi nell’individuazione dell’ambito oggettivo del credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo. Com’è noto, l’agevolazione in esame è stata introdotta dall’art. 3 DL 145/2013 e riconosce ai contribuenti un credito d’imposta commisurato all’eccedenza degli investimenti agevolati effettuati nei periodi d’imposta 2015-2020 rispetto alla media degli stessi investimenti, realizzati nei periodi 2012-2014, calcolata secondo particolari regole. Nonostante i chiarimenti forniti nel corso del tempo in merito all’ambito applicativo, la disciplina sanzionatoria degli errori che sono commessi in sede di applicazione del credito d’imposta in esame non è mai stata analizzata in modo adeguato. Nella prassi, in sede di accertamento, qualora si ritenga che le attività in relazione alle quali l’impresa ha invocato e fruito del beneficio in esame non rientrino nel novero delle attività agevolate, l’Agenzia delle Entrate è solita applicare automaticamente la sanzione prevista in caso di utilizzo di crediti inesistenti (di ammontare variabile dal 100 al 200% dei crediti stessi ai sensi dell’art. 13 c. 5 D.Lgs. 471/97) e non quella di minore entità che trova applicazione per i crediti non spettanti (pari al 30% del credito utilizzato in compensazione). Questa qualificazione determina, quale diretta conseguenza, la rilevanza penale della violazione commessa a carico dei soggetti interessati.

 

Al riguardo, Assonime ha evidenziato che, in realtà, ai fini di un’adeguata verifica, l’Amministrazione Finanziaria dovrebbe distinguere gli errori che sono commessi in un contesto di effettività delle attività richieste da quelli che, viceversa, fanno riferimento a situazioni di totale inesistenza delle attività agevolate. Infatti, soltanto in quest’ultimo caso l’applicazione della sanzione più grave (utilizzo di crediti inesistenti) potrebbe essere giustificata alla luce della tenuta di un comportamento fraudolento da parte del contribuente. Pertanto, in sede di verifica, prima di applicare la sanzione relativa all’utilizzo di un credito inesistente, l’Agenzia delle Entrate dovrebbe effettuare un’ulteriore indagine per comprendere se l’errore commesso dall’impresa ha riguardato aspetti valutativi particolarmente complessi che riguardano la tipologia di attività concretamente svolta oppure se l’impresa abbia fruito dell’agevolazione a fronte di attività che, in realtà, sono totalmente prive dei requisiti necessari per poter essere agevolate. Agendo in questo modo, previa dimostrazione dell’assenza di un’effettiva condotta fraudolenta, l’applicazione della sanzione prevista per le ipotesi di inesistenza del credito dovrebbe essere limitata ai soli casi in cui l’impresa abbia svolto un’attività che non è classificabile tra quelle di “ricerca e sviluppo” neanche in astratto.

 

Sulla questione è quindi auspicabile un intervento chiarificatore, se necessario anche a livello normativo.

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