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Viola il principio di cassa, accertamento valido

Che succede se il professionista, pagato a mezzo assegno, fattura la sua prestazione nell’esercizio successivo a quello in cui il titolo è stato ricevuto, violando così il principio di cassa? Può incappare nell’accertamento fiscale, come nel caso finito davanti alla Corte di Cassazione e giudicato con l’ordinanza del 21 giugno 2017 n. 15439. Con essa, gli Ermellini hanno accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

 

Il contribuente affermava la legittimità del proprio comportamento in merito all’imputazione del compenso ricevuto pacificamente nel 2004 e versato sul conto corrente nello stesso anno. Per le Entrate, tuttavia, non rilevava il momento della disponibilità della somma che, nel caso di pagamento a mezzo assegno bancario doveva essere fissato nel momento della percezione del credito.

 

Si legge in ordinanza: «La statuizione della CTR, con la quale si è riconosciuta la perfetta buona fede del professionista, che ha regolarmente fatturato il compenso e corrisposto le imposte dovute, è contraddetta dalla violazione da parte del contribuente del principio di cassa rispetto al disposto dell’art. 6 del D.P.R. 633/1972, circa la fatturazione, in relazione al quale non è configurabile alcun margine di incertezza normativa».

 

 

Nessuna clemenza, dunque, anche perché in capo a chi sia incorso nella violazione contestata grava anche la presunzione di colpa; spetta al contribuente l’onere di provare di aver agito in buona fede; «onere che, alla stregua delle sopra esposte considerazioni, non può ritenersi adempiuto dal contribuente».

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