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Il contribuente accusato di operazioni inesistenti deve provare la sua buona fede

Operazioni soggettivamente inesistenti, il contribuente deve comunque provare la sua buona fede. Lo ricordano i giudici della Corte di Cassazione con l’ordinanza del 12 giugno 2018 n. 15317. Con essa, la VI Sezione Civile di Piazza Cavour ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate avverso un’azienda che aveva ricevuto un avviso di rettifica a fini IVA in merito all’anno di imposta 2009. L’atto delle Entrate era stato notificato a seguito del disconoscimento della detrazione IVA relativa a fatture che l’Amministrazione finanziaria riteneva fossero state emesse per operazioni soggettivamente inesistenti.

 

L’appello dell’Ufficio era stato rigettato dalla CTR, in quanto i Giudici di merito avevano sostenuto che l’Amministrazione finanziaria avesse l’onere di fornire la prova, anche presuntiva, della conoscenza o della conoscibilità da parte del cessionario della frode commessa dal cedente. Ciò, secondo i Giudici di legittimità, non è vero: l’onere probatorio nelle ipotesi di operazioni soggettivamente inesistenti a carico dell’amministrazione finanziaria va inteso nel senso che l’Ufficio deve provare, anche in via indiziaria, che la prestazione non è stata resa dal fatturante, mentre sul contribuente grava comunque «l’onere di dimostrare la propria buona fede, ovvero l’onere di provare, anche in via alternativa, di non essersi trovato nella situazione giuridica oggettiva di conoscibilità delle operazioni pregresse intercorse tra il cedente ed il fatturante in ordine al bene ceduto oppure, nonostante il possesso della capacità cognitiva adeguata all’attività professionale svolta, di non essere stato in grado di superare l’ignoranza del carattere fraudolento delle operazioni degli altri soggetti coinvolti».

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