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Operazioni soggettivamente inesistenti, la società deve dimostrare la sua buona fede

Operazioni soggettivamente inesistenti: è onere della società dimostrare la sua buona fede. È la posizione ribadita dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza del 13 febbraio 2018, n. 3474, con la quale ha respinto il ricorso presentato dal legale rappresentante di una Spa. La società aveva ricevuto un avviso di accertamento con il quale il Fisco recuperava a tassazione l’IVA relativa a dieci fatture per prestazioni pubblicitarie, in quanto ritenute soggettivamente inesistenti. Secondo i giudici di appello, la mancanza in capo alla società emittente delle fatture contestate, della “minima” dotazione di persone e strumentale e altri elementi probatori, la società contribuente non aveva dimostrato la sua buona fede (come invece era suo onere fare). Il ricorso della società non è andato a buon fine.

 

Hanno infatti spiegato i Giudici di legittimità, che «in materia di operazioni soggettivamente inesistenti, ed in particolare in ordine al riparto dell’onere probatorio, è principio giurisprudenziale assolutamente consolidato quello secondo cui spetta all’Amministrazione finanziaria, che contesti che la fatturazione attenga ad operazioni (solo) soggettivamente inesistenti e che neghi il diritto del contribuente a portare in detrazione la relativa imposta, di provare che la prestazione non è stata resa dal fatturante, anche in via indiziaria […] spettando poi al contribuente l’onere di dimostrare, anche in via alternativa, di non essersi trovato nella situazione giuridica oggettiva di conoscibilità delle operazioni pregresse intercorse tra il cedente ed il fatturante in ordine al bene ceduto, oppure, nonostante il possesso della capacità cognitiva adeguata all’attività professionale svolta, di non essere stato in grado di superare l’ignoranza del carattere fraudolento delle operazioni degli altri coinvolti». 

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