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Se i movimenti bancari dei soci sono sospetti, il Fisco deduce i ricavi in nero della società

Se i soci di una piccola impresa hanno movimentazioni bancarie “sospette”, è l’azienda che può finire sotto la lente del Fisco per ricavi in nero. Lo dice l’ordinanza del 15 febbraio 2018, n. 3785 della Corte di Cassazione, con la quale i Giudici di piazza Cavour hanno accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

 

Il Giudice di appello aveva confermato la decisione della CTP, osservando che le movimentazioni sui conti bancari, attribuite dall’Ufficio alla società, non si riferivano ad attività sociale ma all’attività personale dei due soci (marito e moglie).

 

La Cassazione ha però chiarito che «in tema di accertamento IVA relativo a società di persone a ristretta base familiare, l’Ufficio finanziario può legittimamente utilizzare […] le risultanze di conti correnti bancari intestati ai soci, riferendo alla medesima società le operazioni ivi riscontrate […] tenuto conto della relazione di parentela tra quelli esistente idonea a far presumere, salvo facoltà di provare la diversa origine delle entrate, la sostanziale sovrapposizione degli interessi personali e societari nonché ad identificare in concreto gli interessi economici perseguiti dalla società con quelli stessi dei soci». 

 

La Suprema Corte ha anche specificato che i movimenti bancari operati sui conti personali di soggetti (anche terzi) legati al contribuente da stretto rapporto familiare o da particolari rapporti contrattuali, possono essere riferiti al contribuente, salva la prova contraria a suo carico, al fine di determinarne i maggiori ricavi non dichiarati, in quanto tali rapporti di contiguità rappresentano elementi indiziari che assumono consistenza di prova presuntiva legale. 

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